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Gestione Naturale

18 set 2025
Tempo di lettura: 3 min

Non sono mai stata un'amante della definizione "gestione naturale", l'ho sempre trovato un ossimoro, una descrizione fatta con due parole in contraddizione.

Se per "natura" del cavallo si intende quello che la specie è, a prescindere dall'uomo, allora non comprende la gestione da parte di quest'ultimo.

Se però mi chiedessero come definirei una gestione del cavallo che tenga più possibile conto dei suoi veri bisogni fisici e psicologici, lasciando spazio all'espressione dei comportamenti caratteristici della sua specie, non saprei rispondere.

Per questo motivo i "centri di gestione naturale" hanno obbiettivi comuni ma sono spesso molto diversi tra loro, a seconda di come ciascuno di essi riesca a trovare un punto di equilibrio tra due concetti così distanti come "natura" e "gestione".

Negli anni passati, almeno per quel che ho avuto modo di osservare , la maggior parte dei maneggi gestiva i cavalli in recinti con box o capannina, magari non molto grandi ma dove era comunque possibile per il cavallo muoversi, scegliere tra lo spazio chiuso e quello aperto, avere un minimo di socialità con qualche cavallo altro con cui condivideva lo stesso spazio o almeno con i vicini di paddock, farsi un'idea dell'ambiente esterno.

Era molto più diffusa l'equitazione di campagna anche nei centri che praticavano agonismo, anzi, era fortemente consigliata dagli istruttori di qualsiasi livello e dai cavalieri di fama internazionale, sia come allenamento che come momento di defaticamento fisico e mentale. Anche questo permetteva ai cavalli di venire a contatto con il mondo e con i loro simili.

Sebbene l'ago della bilancia pendesse dalla parte della gestione c'erano anche dei momenti, per i cavalli, di esprimere alcuni dei loro comportamenti naturali.

Gradualmente, per diversi motivi, gli spazi esterni si sono ridotti, a volte fino a scomparire, l'equitazione di campagna anche e molti cavalli si sono trovati limitati in spazi e movimenti geometrici: box quadrati, tondini, campi rettangolari in cui muoversi solo in linee rette, circoli, ecc. perdendo la possibilità di muoversi, relazionarsi, mangiare, ecc. secondo le caratteristiche della loro specie per buona parte della loro vita.

Poi molti di loro sono stati "messi al prato", per motivi più o meno nobili, in genere in ampi pascoli e in branco ma spesso privi di ripari e senza personale che contollasse quotidianamente il loro stato di salute, l'alimentazione, l'acqua e le situazioni sociali che potessero creare problemi. Una vita sicuramente più adatta alla loro natura ma alla quale non tutti erano preparati e in grado di adattarsi.

Due situazioni diametralmente opposte: da un lato la gestione ma la mancanza della possibilità, per il cavallo, di esprimere i suoi comportamenti naturali, dall'altro l'ambiente adatto alla sua natura ma un'assenza di gestione talvolta diventata incuria.

Per questo, molti proprietari il cui cavallo viene gestito soltanto in box sono titubanti nel metterlo "al prato" anche quando sentono sentono che sarebbe la cosa giusta da fare. Ci sono storie finite male, di cavalli che trasferiti in un pascolo, lasciati a sè stessi, non sono stati in grado fisicamente o mentalmente di adattarsi perdendo tantissimo peso, venendo feriti dagli altri cavalli, aggrediti dagli insetti ecc. la natura, di fatto, seleziona.

Tra i cavalli domestici non sono rari quelli che non sarebbero sopravvissuti in natura per caratteristiche fisiche, patologie, età, capacità di adattamento ecc.

Ma, anche se domestico, un cavallo è un cavallo e dovrebbe avere il diritto di vivere soddisfando i propri bisogni naturali, quello che possiamo fare noi è gestirlo cercando di riconoscere il limite oltre il quale la nostra influenza sulla loro vita passi da utile a dannosa.

I centri di gestione naturale dovrebbero fare questo: dare spazio ai cavalli di esprimere la loro natura gestendo le situazioni.

Se questo è relativamente semplice con un cavallo giovane, sano e socializzato, è invece più complesso con cavalli anziani, con problemi di salute o cavalli che dalla nascita non hanno mai socializzato con i loro simili. Ed è sempre più difficile se si sommano più di una tra queste caratteristiche. Ma è proprio qui che la "gestione" va costantemente ricalibrata, anche temporaneamente, sulla base dello stato attuale del cavallo, e che va ad aggiungere tutto quello che può offrire per rendersi utile: monitoraggio delle relazioni sociali, alimentazione di supporto, terapie, ricovero in box, controllo dello stato di salute ecc. cercando, il più possibile, di non diventare limitante o, se necessario, di esserlo per il minor tempo possibile.

Per la mia esperienza mi sento di dire che, con questo approccio, tutti i cavalli si possano adattare alla gestione naturale, traendone beneficio fisico, mentale e nella relazione con le persone di riferimento.










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